Sprint Cup – Ambrose conquista il palcoscenico, Biffle e Said al centro della cronaca pugilistica

Pubblicato: 18 agosto 2011 da Giannazzo in nascar
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Credit: Jeff Zelevansky/Getty Images for NASCAR

Cosa abbiamo visto al Glen

Marcos Ambrose – Una vittoria di prepotenza, basata su un passo superiore e ottenuta grazie anche ad un pizzico di fortuna, il lungo di Kyle Busch in restart, che non guasta mai. Il 34enne australiano, uno dei migliori piloti del nuovissimo continente, ha portato a compimento un percorso cominciato nel 2006, quando ha lasciato la V8 Supercars per ricominciare da capo in quella che oggi è la Camping World Truck Series. Marcos è il quinto pilota a debuttare in victory lane in questa pazza stagione e con una vittoria su ovale potrebbe anche trasformare il suo attuale 22esimo posto in una Wild Card. Resta però da trovare la consistenza, una dote irrinunciabile nella NASCAR. Ambrose è il quarto “non-americano” a vincere una gara nella massima serie per stock cars americane, dopo Mario Andretti, nato in Italia e vincitore della Daytona 500 del 1967, Earl Ross, canadese, e Juan Pablo Montoya, colombiano.

Richard Petty Motorsports – Le Ford migliori questa volta le ha schierate “The King”, senza dubbio. Oltre alla vittoria di Ambrose, l’ottavo posto di AJ Almendinger dice meno di quello che il 29enne californiano aveva fatto vedere nelle fasi iniziali della gara. Allmendinger era partito benissimo ed era passato anche in testa, quando è stato “delicatamente accompagnato” fuori pista da Kurt Busch, che in quel momento era doppiato e stava cercando di riportarsi nel giro del leader. “Era doppiato. Sapevo cosa stava cercando di fare, rientrare nel giro del leader, ma sono davvero orgoglioso dei miei ragazzi e orgoglioso del modo in cui abbiamo reagito e lottato per tutto il giorno. Abbiamo effettuato delle ottim soste ai box. La macchina era veloce. Adoro lavorare con Greg (Erwin, il nuovo crew chief, ndr), e sono felice che abbiamo ottenuto una vittoria per il team.”

COT, Car Of Today – A dieci anni dal tragico incidente di Dale Earnhardt, se c’è una cosa che possiamo dire con certezza delle vetture che gareggiano in Sprint Cup, le cosiddette COT, un tempo acronimo di Car Of Tomorrow, è che sono parecchio più sicure delle loro progenitrici. Saranno più brutte, troppo uguali, troppo spigolose, troppo sensibili aerodinamicamente, ma di sicuro sono più sicure, come testimoniano le brutte botte messe a segno da Kurt Busch, Denny Hamlin e Paul Menard, nonchè da David Reutimann e David Ragan. Tutti ne sono usciti con le proprie gambe, gli ultimi due magari un po’ rintronati, ma senza nemmeno un graffio. Ora però non bisogna trascurare la sicurezza dei circuiti e al Glen qualche barriera SAFER, specie dove è avvenuto l’incidente tra Ragan e Reutimann, innescato da Said, proprio non guasterebbero. Non guasterebbe nemmeno qualche protezione in più all’esterno di curva 1, dove Hamlin è finito di muso, in un crash molto simile a quello di Jimmie Johnson nella gara Nationwide del 2001.

Il Jackman di Mark Martin – Che il mestiere del meccanico nella NASCAR non sia dei più semplici lo si sapeva. Le crew dei vari equipaggi danzano attorno alle macchine in una pit lane spesso affollata da 43 vetture contemporaneamente e corrono spesso e volentieri il rischio di venire travolti. Domenica il jackman, ovvero il personaggio che vedete correre da un lato all’altro della macchina munito di cric per sollevarla, della Chevrolet #5 ha fatto un numero da incorniciare. Mark Martin è piombato nella sua piazzola a ruote bloccate e Jeff Kerr, che si trovava esattamente sulla traiettoria della verde Chevrolet Impala, ha improvvisato un salto, con cric e tutto, atterrando sul cofano di Martin e proseguendo come se nulla fosse il proprio frenetico lavoro. Da restarci a bocca aperta.

Greg Biffle e Boris Said – Sono volati qualche pugno e tante parolone tra Greg Biffle e Boris Said in pit lane dopo la Heluva Good! Sour Cream Dips at the Glen. Sulle prime era parso che Biffle avesse preso le difese del compagno di team Ragan, finito malamente a muro per un contatto con il veterano degli stradali Boris Said. In seguito è divenuto chiaro che la ruggine tra i due risaliva invece a molto prima, addirittura alla gara del Glen del 2010, quando Biffle accusò Said di forzare troppe situazioni di three wide senza motivo. Dopo la gara Said si è fermato nei pressi dela postazione della Ford #16, rimediando dei pugni da un Biffle che non lo ha lasciato scendere dalla macchina tanta era la rabbia che covava. Dopo che i due sono stati divisi, Said ha rilasciato un’irata intervista in cui ha accusato Biffle di essere poco professionale e di voler sistemare le cose da uomini, prima o poi, arrivando addirittura a chiedere l’indirizzo del pilota della Ford #16. Biffle dal canto suo ha chiarito via twitter di disapprovare il comportamento in pista del rivale, riferendosi sì all’incidente che ha visto coinvolti Ragan e Reutimann, ma anche a contatti avuti personalmente con la Chevrolet #51 durante la gara, e richiamandosi ironicamente al concetto di “professionalità”. Intervistato da Dave Moody per Sirius Speedway, Boris Said ha detto di aver parlato con Greg Biffle: “Ne abbiamo parlato oggi, e penso che abbiamo chiarito le nostre differenze,” ha detto il 48enne californiano. “Abbiamo parlato a lungo e penso che siamo a posto. Forse non ci ameremo, ma non ci odieremo. Se fossi riuscito a raggiungerlo, l’avrei picchiato. E’ una buona cosa che non l’abbia preso. Un po’ di persone mi hanno mandato il suo indirizzo, e oggi probabilmente sarei stato là, se non mi avesse chiamato. Ci sono state due cose separate e voglio solo chiarirle. L’incidente con David Ragan non ha avuto niente a che fare con ciò che è successo con Greg Biffle. La faccenda con ragan è quella che mi rende più dispiaciuto, e realmente è stato solo un fatto di gara. E’ stato un prodotto del double-file restart e del green-white-checkered. […] Il problema con Biffle, mi crea parecchi fastidi. Era due giri sotto e in uno dei restart precedenti ha cercato di mandarmi fuori. Mi ha detto che ero il ‘numero uno’ per un intero giro. Guida bene con una mano sola, questo è sicuro. Volevo sbatterlo fuori, ma ho molto rispetto per Jack Roush, che mi ha aiutato molto negli anni. Non volevo distruggere la sua macchina. così quando alla fine l’ho sorpassato ho detto al mio spotter, ‘Dì a Biffle che vado al suo hauler dopo la gara. Gli lascio una possibilità e poi lo rompo.” Said ha poi sottolineato come il suo ruolo, quando viene assunto per guidare, non sia quello di lasciar passare i piloti che corrono per la classifica, ma di dare il 100% per il team che lo paga. Ora aspettiamo la replica dei Greg Biffle.

Martin Truex Jr. e Joey Logano – Sia Truex che Logano hanno di che gioire ripensando alla gara di Watkins Glen. Truex è stato molto competitivo e per qualche momento ha pensato persino di poter lottare per la vittoria, accontentandosi poi di un quarto posto che regala al Michael Waltrip Racing la seconda top-5 della stagione e porta il 31enne di Mayetta, New Jersey, a ridosso della top-20. Truex ha detto di aver avuto un’ottima macchina sia sulla breve che sulla media distanza e di aver bisogno ancora di un piccolo passo avanti per puntare alle zone nobili della classifica tutte le settimane. Logano, dal canto suo, ha portato a casa un ottimo quinto posto, sfruttando gli errori altrui nelle concitate fasi finali. “E’ andata bene. Ci siamo divertiti,” ha detto il pilota della Toyota Camry #20. “Max Papis (presente ad un test come consulente in settimana, ndr) mi ha aiutato molto questo fine settimana quindi gli devo molto per aver fatto di me un miglior pilota da stradali. Mi sono divertito oggi. E’ stata la prima volta che abbiamo avuto una gara senza problemi a Watkins Glen, almeno per quanto riguarda la Cup.” Logano al momento è al 17esimo posto in classifica.

Cosa non abbiamo visto al Glen

Roush Fenway Racing – mentre i “clienti” del Richard Petty Motorsports, Marcos Ambrose ed AJ Allmendinger, andavano come missili, non abbiamo praticamente visto i piloti del Roush Fenway Racing. Problemi di consumo hanno afflitto sia David Ragan che Greg Biffle, con il primo addirittura spinto fino ai box da Carl Edwards, e al traguardo proprio Edwards è stato il migliore del team, rimediando una 12esima piazza senza infamia e senza lode che gli consente di rimanere in vetta alla classifica generale. Matt Kenseth, 14esimo, guadagna una posizione a causa delle disgrazie di Kurt Busch, mentre Biffle si ritrova a qualcosa come 49 punti di distanza dal decimo posto e necessita di una, se non due, vittorie nelle gare finali. Ragan, coinvolto anche nel tremendo crash dell’ultimo giro, precipita fuori dalla top-20. In Michigan avranno subito un’occasione per rifarsi.

Juan Pablo Montoya – E meno male che si presentava al via per difendere la vittoria conseguita al Watkins Glen International nel 2010. IL colombiano dell’Earnhardt Ganassi Racing non è mai stato in grado di impensierire Marcos Ambrose da un punto di vista velocistico e, avendo adottato una strategia simile a quella dell’australiano, gli è praticamente sempre rimasto alle spalle. Pur se rallentato da un problema all’anteriore sinistro, la top-10 finale è persino sotto il minimo sindacale per uno come lui, che doveva dare una svolta ad una stagione partita molto bene e poi scivolata malamente sull’ormai consueta difficoltà nel progredire durante la gara, anticipando i mutamenti della pista. L’unica cosa che potrebbe ridare un po’ di lustro all’uomo di Bogotà e a tutto il team sarebbe una bella vittoria su ovale, ma di questo passo campa cavallo…

Credit: Jeff Zelevansky/Getty Images for NASCAR

Kyle Busch – Kyle lo mettiamo tra i negativi per un errore, uno solo, in una gara altrimenti ottima per lui, che ha dimostrato di essere velocissimo e redditizio anche sugli stradali. L’errore, da lui stesso ammesso, è stato quello di arrivare lungo in curva 1 all’ultimo restart. Gli americani hanno una bellissima espressione per definire questo tipo di sbaglio ed è “He otubraked himself”, praticamente “si è tirato la staccata da solo”. 49 giri in testa, un terzo posto e la vetta della classifica generale non sono affatto male, ma la vittoria che l’uomo di Las Vegas si è lasciato sfuggire (la quarta in stagione) sarebbe stata un colpo da maestro in vista della Chase. “Sapevo esattamente cosa non fare e l’ho fatto lo stesso,” ha detto Busch. “Sono entrato in curva 1 e non penso di esserci entrato troppo velocemente, solo l’auto non ha rallentato come doveva e non ha girato come doveva. Ho visto goccioline sul parabrezza ma tutti hanno fatto la curva bene. L’ho buttata via. Mi ha deluso vedere quella bandiera gialla. Sapevo che tutto si sarebbe risolto in una curva e ho fatto casino.”

Jeff Gordon – Il veterano del team Hendrick ha recuperato molto bene dalla 17esima posizione ed era addirittura in testa quando la gialla del giro 67 ha scombussolato la sua strategia. Mentre tutti gli altri contendenti per la vittoria avevano appena rifornito in regime di bandiera verde, il pilota della Chevrolet #24 è stato costretto a rifornire in gialla, trovandosi di nuovo nelle retrovie. La rimonta successiva, complici anche i problemi altrui, l’ha issato in 13esima piazza, confermando la solidità della sua candidatura al quinto titolo assoluto, ma lasciandogli un bel po’ di amaro in bocca.

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