Le origini.Daniel Clive Wheldon, per tutti Dan, è nato il 22 giugno 1978 in Inghilterra,ad Emberton, un piccolo centro nelle vicinanze di Milton Keynes (località famosa nel motorsport per il fatto di ospitare la sede della Red Bull e prima ancora della Jaguar e della Stewart).
La sua famiglia era numerosa (Dan aveva tre fratelli e una sorella) e appassionata di corse: il padre, di origini irlandesi, era stato un Kartista dilettante, la madre cronometrista in una pista locale.
Gli inizi in Inghilterra.Con queste premesse è facile immaginare come il piccolo Dan avesse sviluppato la sua passione per il motorsport: iniziò a guidare il kart a 4 anni e successivamente cominciò a competere a livello agonistico supportato economicamente dalla famiglia.
Tra il 1988 e 1990 vinse tre volte consecutivamente il Campionato inglese di Kart categoria cadetti e nel 1995,correndo per il team della leggenda del kart Tony Fullerton, vinse il Campionato del mondo FIA Formula A (per intenderci il titolo più importante a livello kartistico).
I tempi ormai erano maturi per il passaggio alle monoposto e Dan debuttò in Formula Vauxhall nel 1996 giungendo secondo in campionato,nel 1997 passò in Formula Ford classificandosi secondo e proponendosi come grande favorito per la stagione successiva (affrontata come pilota ufficiale Van Diemen) dove,però, incontrò sulla sua strada Jenson Button che si aggiudicò il campionato.
Il trasferimento negli Usa. A quel punto, non avendo risorse familiari o sponsorizzazioni sufficienti a mettere insieme il budget per proseguire in Europa, volente o nolente Wheldon per proseguire la sua carriera dovette trasferirsi negli Usa dove si propose all’attenzione generale conquistando il titolo di “Formula Ford 2000” nel 1999,giungendo secondo sia nel 2000 in Formula Atlantic che nel 2001 in Indy Lights.
Nel 2002 fu chiamato,quindi, dal team Panther per disputare 2 gare in IRL accanto a Sam Hornish cogliendo un decimo e un quindicesimo posto.
Il periodo in Andretti-Green. Le prestazioni dell’inglese colpirono positivamente Michael Andretti,che lo volle nella squadra che proprio in quel momento stava formandosi dall’unione con il team di Kim Green (siamo nel 2003): la squadra nasceva con grandi aspettative sia per il nome e le qualità dei proprietari, sia per il fatto che la Honda l’avrebbe supportata come propria squadra di riferimento, sia perchè sarebbero state schierate ben 4 vetture affidate a piloti tra i più forti della categoria come Kanaan,Franchitti, Herta e lo stesso Michel Andretti,una sorta di dream-team insomma.
Il figlio di Mario,però, avrebbe corso solo la prima parte del campionato per prepararsi al meglio alla 500 miglia di Indianapolis, che avrebbe dovuto essere la sua ultima corsa come ultimo tentativo di vincere finalmente quella gara che più volte gli era sfuggita per sfortune varie (in realtà poi Michael ritornerà ancora una volta a gareggiare la 500 miglia nel 2006 e nel 2007).
Dopo la 500 miglia Andretti si sarebbe ritirato dalle corse, concentrandosi solo sul ruolo di proprietario del team,lasciando la propria vettura a Wheldon,che, dunque, avrebbe dovuto pazientare in “panchina” nella prima fase del campionato.
In realtà,però, Wheldon fu gettato nella mischia sin dalla terza gara per sostituire Dario Franchitti che si era infortunato in un incidente in moto.
L’inglese mostrò subito grandi qualità vincendo il titolo di rookie of the year con un podio e 8 arrivi nella top-ten in 14 gare: ad Indianapolis parti quinto correndo costantemente nelle posizioni di testa fino all’incidente che ne determinò il ritiro.
Dopo un 2003 che nella lotta tra i motoristi aveva visto prevalere la Toyota sia in campionato che ad Indianapolis, nel 2004 venne prepotentemente fuori, dopo l’anno precedente di “rodaggio”, l’accoppiata Andretti-Honda: il campionato lo vinse Kanaan, ma a colpire di più (in termini prospettive future) fu Wheldon, che giunse secondo con tre vittorie e 11 podi in 16 gare.
Il giovane Dan non era più solo l’ultimo arrivato, il rookie promettente, ma stava crescendo a vista d’occhio, mettendo a frutto la convivenza in squadra con piloti più esperti e famosi per imparare il più possibile,ma smarcandosi, allo stesso tempo, dall’ingombrante ombra di questi ultimi per brillare di luce propria.
E infatti questo processo di crescita trovò la sua consacrazione nel 2005 con la vittoria tanto del campionato quanto della Indy 500 (primo inglese dopo il successo di Graham Hill nel 1966), collezionando 6 vittorie e 8 podi e distanziando in campionato di 80 punti il campione uscente Tony Kanaan: il mitico Roberto Cinquanta,telecronista di SportItalia, lo ribattezza “il diavolo”.
Il passaggio al team Ganassi. L’ Andretti-Green aveva rispettato le promesse iniziali di diventare un top-team: uno “squadrone” che nel 2005 aveva proposto 3 piloti nelle prime 4 posizioni della classifica finale del campionato e aveva vinto 11 gare su 17 portando almeno una volta al successo tutti e 4 i suoi piloti, che contava sul miglior motore in circolazione (Honda) e nel quale Wheldon si era guadagnato sul campo i galloni di capitano.
Con una mossa a sorpresa, proprio nel momento teoricamente più favorevole per continuare in questa squadra, Wheldon lasciò l’Andretti-Green accasandosi in Ganassi.
Per Chip l’ingaggio di Dan aveva una doppia valenza: stappava alla concorrenza il campione in carica e si assicurava anche i motori Honda,convincendo i giapponesi (grandi estimatori dell’inglese) a concedere anche al suo team la fornitura dei loro motori.
Per Wheldon un trasferimento sicuramente “bagnato” da un cospicuo aumento salariale, ma anche e soprattutto legato ad un’ affascinante sfida sportiva : quella di dimostrare di poter vincere anche in un’altra squadra, di saper camminare con le proprie gambe senza l’aiuto degli “zii” Kanaan,Franchitti ed Herta, di avere il coraggio di lasciare il team in quel momento più forte e rincominciare da un’altra parte con l’ambizione di rivincere.
L’impresa,però, fu solo sfiorata, in quanto nel 2006 Wheldon terminò il campionato a pari punti con Sam Hornish,ma il titolo andò all’americano (che quell’anno si aggiudicò anche la Indy 500) per via del maggior numero di vittorie (4 contro le 2 di Wheldon).
Dopo un 2006 comunque estremamente positivo (nel quale era arrivata anche la vittoria nella 24 ore di Daytona) e un inizio di 2007 ottimo (con due vittorie e un secondo posto nelle prime 4 gare) qualcosa nell’accoppiata tra Wheldon e il team Ganassi cominciò a non funzionare più come prima: a fine campionato Dan fu comunque quarto,ma distanziato di 158 punti dal team-mate Dixon, che contese sino all’ultima gara il titolo a Dario Franchitti, e nel 2008 fu ancora quarto (con due vittorie),ma 154 punti dietro il compagno Dixon, che si aggiudicò il titolo vincendo 4 gare.
L’ultimo periodo. Prima della gara fuori campionato di Surfers Paradise Wheldon fu appiedato e venne sostituito da Franchitti,accasandosi per la stagione successiva al Panther Racing,una squadra che nei primi anni 2000 aveva portato al titolo 2 volte Sam Hornish,ma che, complice l’arrivo di altre squadre più competitive, era scivolata progressivamente indietro riuscendo a cogliere solo qualche risultato occasionale: per Wheldon un ricominciare ancora una volta daccapo per cercare di ritornare in alto.
I migliori frutti di questa nuova esperienza vengono ad Indianapolis con due secondi posti consecutivi alla Indy 500, per il resto i risultati sono solo discreti: Dan è decimo nel campionato 2009 e nono nel 2010.
Considerato,però, il potenziale tutt’altro che irresistibile della squadra (Penske,Ganassi e Andretti schierano in totale 9 vetture con un livello di risorse economiche e tecniche decisamente superiore), Wheldon fa quello che può e anche di più, arrivando,per esempio, in campionato davanti a Danica Patrick,corteggiatissima dagli sponsor e contesa tra IndyCar e Nascar.
Wheldon non ha lo stesso appeal mediatico e,proprio per una questione di sponsor, perde il posto in squadra: la National Guard vuole un pilota americano e la scelta cade su Hildebrand.
Wheldon si ritrova a piedi e, misteri delle corse (o meglio del marketing), non riesce a trovare una squadra, a differenza di vari personaggi in cerca di autore, per dirla alla Pirandello, che animano la folta griglia dell’IndyCar.
Lo chiama Bryan Herta,suo vecchio compagno di squadra nel team Andretti, che, appeso il casco al chiodo, sta mettendo su un suo piccolo team per disputare la 500 miglia di Indianapolis: Wheldon accetta e per l’ennesima volta si rimbocca le maniche ricominciando daccapo e ,a dispetto di tutto e di tutti, vince in un finale clamoroso, che sembra scritto da uno sceneggiatore.
Hildebrand, proprio il pilota che gli aveva “soffiato” il posto, sbatte all’ultima curva, ma per inerzia la sua vettura continua a procedere verso la linea del traguardo, quando Wheldon riesce a superarlo a poche centinaia di metri dalla bandiera a scacchi.
Una vittoria solo in apparenza fortunosa in quanto Wheldon stava spingendo provandoci sino all’ultimo e non lasciando tranquillo Hildebrand (che, infatti, per inesperienza si prese il rischio di passare all’esterno una vettura lenta andando a muro, anzichè frenare accodandosi al doppiato per passarlo sul rettilineo),una vittoria sicuramente non casuale visto che Wheldon è stato il migliore interprete della 500 miglia degli ultimi 9 anni (2 vittorie,2 secondi posti,un terzo e un quarto posto) e che, comunque, ripaga Dan della sfortuna dell’anno precedente,quando solo la bandiera gialla che neutralizzò la corsa negli ultimi giri gli impedi di superare un Franchitti in debito di carburante.
Strano il caso di Wheldon alla Indy 500: alle sue imprese nessuno ha mai dato il giusto risalto, visto nel 2005 tutti parlavano dei pochi giri condotti in testa da Danica Patrick (i primi di una donna alla Indy 500), tanto che Dan si presentò alla gara successiva con una t-shirt che portava la scritta “Ehi a Indianapolis ho vinto io…”,mentre quest’anno tutti hanno parlato dell’incidente di Hildebrand: sempre qualcosa o qualcuno a mettere in secondo piano le sue gesta (stiamo parlando,ovviamente, del grande pubblico, non di chi è attento all’aspetto puramente sportivo).
Dopo la 500 miglia Dan non era riuscito comunque ad assicurarsi un volante per il resto della stagione (ancora i misteri delle corse) e aveva ripiegato nel ruolo di commentatore tv, per poi essere chiamato a svolgere i test della nuova Dallara 2012, che aveva svezzato tanto sugli stradali quanto sugli ovali:una vettura (atroce scherzo del destino) dotata di accorgimenti tecnici di sicurezza che molto probabilmente gli avrebbero salvato la vita.
Aveva quindi accettato di partecipare alla gara finale di Las Vegas,unico a gareggiare per il superpremio di 5 milioni di dollari (che avrebbe diviso con un fan sorteggiato a sorte nel caso avesse vinto la gara): per prepararsi alla sfida (resa ancor più difficile dal fatto di dover partire ultimo per regolamento) aveva corso la gara precedente in Kentucky.
Le voci di mercato (confermate in questi giorni da Micheal Andretti) lo volevano al posto della partente Danica Patrick nel team con cui aveva vinto il titolo nel 2005: un ritorno in un top-team per riproporsi nella lotta al vertice dopo un periodo difficile.
A Las Vegas in pochi passaggi aveva già recuperato la bellezza di dieci posizioni,poi l’incidente, i soccorsi, l’inutile corsa in elicottero in ospedale, l’attesa preoccupata e il tanto temuto annuncio.

Chi era Dan Wheldon? Wheldon aveva 33 anni, un’età in cui si è al massimo della combinazione maturità/velocità per un pilota e come uomo aveva dato vita ad una splendida famiglia sposando la sua storica assistente Susie,che gli aveva dato due maschietti:Sebastian, due anni, e Oliver,pochi mesi.
Era molto legato alla madre malata di Alzheimer,cui aveva dedicato la vittoria alla 500 miglia: Dan appoggiava attivamente l’organizzazione benefica Alzheimer’s Association.
Una sensibilità che trova conferma nel gesto di donare il premio in denaro per la vittoria in Iowa nel 2008 a favore delle vittime del tornado e delle inondazioni che poco tempo prima avevano colpito lo stesso Iowa.
Eppure Wheldon aveva la fama di essere un pò “parsimonioso”: Franchitti,scozzese, che aveva conosciuto Dan quando questi aveva solo 6 anni e che ne è stato compagno di squadra, ha raccontato che lui scherzando considerava Wheldon più scozzese di lui (un luogo comune vuole gli scozzesi molto avari) e ha ricordato un aneddoto al riguardo, che ci fa capire,però, qualcosa in più della personalità (e della lealtà) di Wheldon.
Era la fine del 2005 e Wheldon,che aveva firmato per Ganassi, invitò a cena i suoi ormai ex compagni di squadra Kanaan,Herta e,appunto, Franchitti per festeggiare.
Questi ultimi, decisi a “vendicarsi” scherzosamente di tutte le volte che Wheldon aveva “scroccato” con la scusa di non essere pagato abbastanza,ordinarono di tutto e di più: quando arrivò il conto di 5000 dollari (!) la faccia di Wheldon era tutto un programma,ma dopo la sorpresa iniziale, senza batter ciglio, tirò fuori la carta di credito e pagò dicendo: “questo è per tutto quello che voi avete fatto per me”.
Partiva per un’altra squadra col titolo di campione e con la vittoria della Indy 500,ma non dimenticava di ringraziare i compagni di squadra, dai quali tanto aveva imparato e ai quali tanto doveva.
Sempre Franchitti ha raccontato di aver incontrato Wheldon col figlioletto mercoledi scorso e di essersi reso conto che Dan negli anni si era trasformato dal ragazzo brash (esuberante,sfacciato,spericolato) e charmer (ammaliatore) degli inizi in un giovane padre di famiglia,ma sempre charming (affascinante), scoprendo quindi in lui questo lato nuovo.
Il padre di Wheldon nel suo ricordo commosso ha detto: “Mio figlio era nato per fare il pilota”,mantre Sam Schimdt, proprietario della squadra per la quale l’inglese correva a Las Vegas ha dichiarato che le ultime parole del pilota prima della partenza sono state: “I’m ready to go for this thing; we can win this thing.”

commenti
  1. J.M.FANGIO43 scrive:

    Grazie Peppe, ero già sufficientemente avvilita anche prima di leggere questa cosa! Ma, fra tutte le foto, quella che ricorderò con maggiore affetto
    sarà sempre quella assieme alla signora della lotteria……. Penso anche a lei che ASSOLUTAMENTE AL DI SOPRA DELLA MANCATA VINCITA (almeno sono certa che per me sarebbe stato così) si sarà trovata a perdere un amico appena conosciuto………..

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