IndyCar, No alla caccia alle streghe!

Pubblicato: 19 ottobre 2011 da peppe1981 in Indycar
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L’incidente di Las Vegas,come abbiamo scritto nei giorni precedenti, rappresenta una delle pagine più drammatiche e tristi di questo sport e se è vero come è vero che la perdita di una vita umana è sempre qualcosa di tragico, in questa occasione ,se possibile,questa fa ancora più male sia perchè si tratta di un giovane uomo che lascia moglie e due figli piccolissimi,sia perchè la vicenda presenta risvolti che, esaminati oggi, appaiono come dolorosi intrecci del destino.
Detto questo, mentre una serena e razionale riflessione di quanto è successo non è solo giusta e opportuna,ma anche doverosa e necessaria in vista del futuro,ciò che invece appare ingiusta ed inopportuna,nonchè scomposta e sbagliata, è la reazione di quanti (per fortuna pochi) ,addetti ai lavori o meno,semplici appassionati (quali noi siamo) o spettatori episodici, hanno messo su in questi giorni,sull’onda emotiva del momento,un clima di caccia alla streghe,che sinceramente non condividiamo.
Ci riferiamo,per esempio, ad un’affannosa ricerca del pilota “colpevole” dell’incidente che ha portato alcuni (tra questi piloti,commentatori tv,giornalisti) a puntare il dito contro Cunnigham e,in generale, contro l’inesperienza dei debuttanti.
Effettivamente il contatto che origina l’incidente multiplo avviene tra due debuttanti (Cunningham,appunto,e Hinchicliffe), ma nell’episodio specifico non si possono onestamente attribuire colpe a nessuno dei due: nè l’uno nè l’altro hanno fatto manovre strane o pericolose e il contatto può essere catalogato come “di gara”,un contatto che può capitare in una competizione cosi serrata e combattuta ruota a ruota e una dinamica nella quale l’inesperienza c’entra poco o niente, potendo facilmente capitare (come abbiamo visto più volte in passato) anche a piloti esperti.
Singolare notare poi che a lamentarsi,tra gli altri, sia stato Paul Tracy,prossimo ai 43 anni e nelle ultime stagioni sostanzialmente poco impegnato in pista: a Las Vegas oltre a lui c’era anche Davey Hamilton,49 anni, e nessuno si è sognato di sottolineare che va bene l’esperienza, però quest’ultima può anche non riuscire in certi casi a controbilanciare l’inevitabile abbassamento dei riflessi e delle capacità di reazione.
In generale poi non è piaciuto l’atteggiamento dei numerosi piloti intervistati nella lunga pausa dovuta alla bandiera rossa: in pratica tutti esprimevano lo stesso concetto, ovvero che GLI ALTRI erano partiti sin dai primissimi giri con un atteggiamento troppo aggressivo e,quindi, pericoloso.
Lo spettatore ha avuto la sgradevole espressione dello scaricabarile, dell’accusa vaga e generica scagliata nel vuoto senza fare nomi e cognomi, e forse si è formato l’opinione che se tutti hanno detto la stessa cosa (chi era nelle posizioni di testa al pari di chi era al centro o nel fondo del gruppo) allora tutti i piloti,nessuno escluso, erano partiti col coltello tra i denti, che poi è l’atteggiamento che tutti loro tengono sempre,altrimenti non farebbero i piloti.
Se le loro dichiarazioni a caldo sono comunque comprensibili (pensiamo al loro stato d’animo preoccupato per le condizioni del loro collega e amico), ciò che si fa fatica ad accettare è il tono (nonchè il merito) di talune analisi a freddo.
Alex Zanardi, sollecitato da Leo Turrini, ha dichiarato: “Non condivido i toni da processo, respingo le accuse facili. Le tragedie, purtroppo, fanno parte dell’automobilismo e per questo è necessario investire sempre di più sul fronte della sicurezza”.
Come non essere d’accordo? A mio avviso ciò che non serve è lo stucchevole senno del poi di quanti,anche tra gli adetti ai lavori,piloti compresi, si sono lanciati nell’inutile denuncia ex post: “34 vetture in una pista cosi sono troppe, Las Vegas non è adatta all’IndyCar perchè il banking delle curve è troppo pronunciato,c’era troppo in palio in questa gara (titoli e superpremio)…” e cosi via.
Danica Patrick,che a Las Vegas correva per l’ultima volta in IndyCar, intervistata prima della gara si diceva eccitata di correre all’insegna del “non vedo l’ora”,incredibilmente dopo la bandiera rossa confessava che già dalla mattina era nervosa e preoccupata.
Il pleonastico e,sinceramente,anche un pò fastidioso atteggiamento dell’ “io lo sapevo,io lo pensavo” (perchè non l’hai detto,perchè non l’hai denunciato PRIMA?) non ci porta da nessuna parte, la riflessione su quanto successo,per essere veramente efficace e produttiva,non può ridursi ad un mero esercizio retorico, ma deve tradursi in azioni concrete frutto di un’analisi serena e razionale.
Cosa si può fare per rendere più sicure queste gare? L’adozione della nuova Dallara con le protezioni sulle ruote posteriori anti effetto catapulta e un maggior livello di sicurezza generale è già molto importante (la vettura era stata testata proprio da Wheldon,come si diceva in apertura crudeli intrecci del destino).
Se si ritiene che ciò possa aumentare la sicurezza, si può pensare ad un limite “x” massimo di partecipanti alle corse su ovali corti o medi (se gli iscritti eccedono questo limite, tutti, opportunamente suddivisi in gruppi,partecipano alle qualifiche con l’esclusione dalla gara di chi manca la qualificazione tra i primi “x”,come già accade ad Indianapolis); si può pensare,inoltre, anche a criteri più rigidi di ammissione dei piloti alla categoria.
Già oggi per correre ad Indianapolis si deve superare il rookie orientation test,che consiste nel dimostrare di riuscire a percorrere un certo numero di giri ad un’ andatura superiore ad una media minima prestabilita e dallo scorso anno è stata introdotta la regola del 107%, che ha di fatto escluso dal campionato “chicane mobili” come Milka Duno.
Per il futuro si potrebbe pensare di ammettere al campionato solo piloti dotati di una sorta di superlicenza (stile F1),concessa sulla base di determinati risultati (per esempio la vittoria o un certo numero minimo di gare di militanza in campionati propedeutici o comunque di alto livello -IndyLights,Gp2….) e/o di un certo numero di km percorsi in molteplici giornate di test appositamente previste ed escluse da un’ eventuale piano generale di limitazione dei test (ampliando in questo modo il concetto di rookie orientation program);allo stesso tempo si potrebbe pensare ad un limite massimo di età di ammissione.
Un altro problema a mio avviso è dato dalle possibili conseguenze negative della “precarietà” di molti sedili dell’ IndyCar.
Mi spiego meglio: se seguite l’Indycar avrete certamente notato che il parco partenti cambia anche molto di gara in gara,tanto che nei nostri preview di presentazione delle gare, nell’ illustrare l’entry-list, evidenziavamo i diversi cambiamenti rispetto alla gara precedente.
Ci sono stati diversi casi in cui uno stesso team nel corso della stagione ha alternato sulla propria monoposto anche 4-5 piloti diversi, al tempo stesso alcuni team hanno partecipato solo ad un programma ridotto di gare.
Questo vuol dire che da un lato questi piloti “precari” si sono trovati ad affrontare l’unica o le poche gare concesse loro con la necessità assoluta di dimostrare tutto in quell’unica o in quelle poche occasioni (e ciò potenzialmente e teoricamente potrebbe portare qualcuno ad eccedere),dall’altro questo sistema ha portato le squadre a corto di budget alla ricerca gara per gara del pilota pagante di turno come tappabuco occasionale, con evidente abbassamento del livello medio di pilotaggio e di esperienza,nonchè della necessaria confidenza con la vettura e affiatamento con la squadra (tra cui anche con la figura dello spotter,la cui intesa col pilota è fondamentale sugli ovali: ci sono stati casi al limite dell’assurdo di piloti che correvano senza spotter o con uno spotter non “professionista”, tipo il padre…).
Per ovviare a queste storture si potrebbe anche qui prendere spunto dalla F1 e stabilire un limite massimo di piloti che possono essere schierati su una stessa vettura da parte di una squadra nel corso della stagione, prevedendo le opportune eccezioni per contemplare i casi in cui bisogna sostituire un pilota infortunato oppure per le ipotesi in cui sulla stessa vettura si alternano ,a seconda del tipo di gare, specialisti degli stadali e degli ovali.
Inoltre si potrebbe rendere obbligatoria la presenza dello spotter (anche questa categoria dovrebbe essere “professionalizzata” con l’adozione di una sorta di superlicenza), nonchè si potrebbe pensare di rendere obbligatorio per le squadre “part time” (cioè quelle che prendono parte ad un numero ridotto di gare) di gareggiare comunque in almeno un numero minimo di eventi (per esempio un quarto o un terzo degli appuntamenti,magari escludendo da questo meccanismo la 500 miglia di Indianapolis) ,limitando anche qui il numero di piloti schierabili.
Una riflessione va fatta anche sui circuiti e sulla loro idoneità o meno ad ospitare gare della IndyCar e qui mi riferisco anche agli altri stradali: negli Usa ci sono circuiti più sicuri e più moderni (per esempio il Miller Motorsports Park dove corre la Superbike), non presenti in calendario, che potrebbero rimpiazzare alcune piste più antiquate,o comunque richiedere a queste ultime lavori di adeguamento per raggiungere standard di sicurezza più elevati.
Per quanto riguarda gli ovali il problema riguarda in particolare i muri,le barriere e le reti di protezioni: molto è stato fatto negli ultimi anni da questo punto di vista e la ricerca può e deve andare avanti.
Il ritorno dei motori turbo offre la possibilità di modulare la potenza regolando la pressione del turbo a seconda delle piste e questa opzione potrebbe essere utilizzata per rallentare le vetture in taluni circuiti.
Tanto si può e si deve fare,ma bisogna avere una consapevolezza: gli sport del motore,essendo legati alla velocità e alla competizione, sono intrinsecamente pericolosi.
La sicurezza non è un fatto acquisito,ma una continua ricerca e, per quanto questa faccia passi in avanti, il rischio potrà essere solo ridotto,mai eliminato totalmente,si avvicinerà allo zero,ma non sarà mai zero perchè, come si diceva prima, il rischio è una carattetterisca “genetica” delle corse,connaturata alla specificità di questo sport, una caratteristica che rappresenta il lato oscuro di questo sport meraviglioso e di cui il praticante (a qualsiasi livello), come pure lo spettatore devono essere coscienti.
Se da un lato spingiamo verso competizioni motoristiche più sicure, dall’altro non possiamo accettare l’opinione di chi sull’onda del momento è arrivato a proporre il bando delle corse su ovale, sulla base dell’assunto (o pseudo-tale) che “Non è naturale girare in tondo” e che negli ovali il rischio è moltiplicato e che quindi “Bisognerebbe avere il coraggio di prendere la decisione di abolire le corse in monoposto sugli ovali, lasciando -al massimo -solo la storica Indianapolis, perché il mondo non ha bisogno di gladiatori bagnati dalle lacrime di coccodrillo”.
Mi riferisco all’editoriale “non giriamoci attorno” apparso sul sito http://www.eracemotorblog.it.
Tralasciando di soffermarmi sull’infelice e sgradevole riferimento alle lacrime di coccodrillo, varrebbe la pena di chiedersi perchè con la stessa solerzia non sia stata proposta l’abolizione dei rally (che ai vari livelli tante vittime e feriti ha fatto ahimè anche negli ultimi anni tra piloti,navigatori e spettatori) o quella della Dakar (dopo i numerosi incidenti mortali hanno riguardato i motociclisti) o quella delle competizioni motociclistiche stradali (Isola di Man e cosi via) o del motomondiale dopo le morti Katoh e Tomizawa, o delle categorie minori per monoposto dopo la morte del povero Henry Surtess o della stessa F1 dove è vero che dopo Senna non è morto nessun pilota, ma purtroppo hanno perso la vita 2 commissari di pista.
Il collare Hans,adottato oggi universalmente, nasce e viene reso obbligatorio nelle corse sugli ovali e tanti spunti sulla sicurezza sono venuti da questo tipo di gare.
Ahimè lo stesso Zanardi,nella già citata intervista con Turrini,lascia a desiderare quando dice: “Certamente in America sono state fatte scelte, in epoche recenti, che hanno contribuito a moltiplicare gli elementi di rischio…quando io sono andato a correre là, nella seconda metà degli anni Novanta, le gare sugli ovali erano una minoranza. Oggi la passione, molto Usa, per gli anelli superveloci ha snaturato i calendari. Ed è chiaro che quando fai i 360 all’ora su una curva sopraelevata le chances di incidente aumentano.”
Per la cronaca nel 2009 le gare su ovali erano 10 su 17 gare totali,nel 2010 8 su 17, in questo 2011 gli ovali sono stati 7 su 17 gare totali,non per smentire il buon Alex,ma la tendenza va esattamente in direzione opposta.

commenti
  1. Giannazzo scrive:

    Bellissimo pezzo Peppe! Grazie!

  2. MFabio83 scrive:

    prima di tutto ottimo articolo, davvero.
    ho letto per curiosità l’articolo dove chiede se è necessario girare sugli ovali… abbandonarli a parte la Indy 500: io la trovo una gran cavolata, è come dire cancelliamo tutti i rally perchè di morti ne fanno e teniamo solo quello di Montecarlo perchè storico. I piloti quando salgono in auto sanno benissimo i rischi che corrono, mi sembra inutile avanzare proposte del genere… se non sei uno che riesce a girare sugli ovali non farlo: nessuno ti obbliga.
    poi mi fa ha fatto “ridere” Paul Tracy con le sue uscite di domenica, se non ricordo male lui non è che fosse esente da incidenti facili causati da un eccesso di aggressività al volante, ma correggetemi se sbaglio, è da poco che seguo con costanza questa serie e magari ho cannato in pieno il nome.
    per il resto io concordo al 100% con le opinioni espresse nell’articolo.
    In Europa e in F1 ci si lamenta di autodromi rovinati o noiosi, in America ci sono quelli vecchi stile ma pericolosi… è ovvio che è difficile avere entrambi, ma credo che un pilota si soddisfi maggiormente a guidare su un Nordschleife che su un qualsiasi Orschersleben…

  3. RN80 scrive:

    Noi intesi come persone sotto i 40 anni non sappiamo o non ricordiamo le domeniche con un morto a gara, è normale non c’è nulla di strano era parte del gioco. Per fortuna è cambiato molto ma ogni tanto è inevitabile che qualcosa vada storto. Fa pensare che su 15 piloti solo uno abbia avuto qualcosa, gli altri niente di serio! Cioè è una fatalità, arrivare capottato contro le reti è sfortuna nera, non centra niente la pericolosità degli ovali. Piuttosto xchè al posto delle reti non mettono vetri tipo zoo, in questo modo anche Renna si sarebbe salvato, le macchine reggerebbero meglio allo sfaldamento del carbonio derivato dallo sfregamento. Ripeto su 15 piloti 14 non hanno avuto niente e 1 solo è morto, è sfortuna e basta x me. Ha ragione Castroneves, sono piloti sanno quello che fanno, certo dispiacciono queste cose ma anche tra i fantini ne muoiono, forse anche di + che fra i piloti a pensarci bene, ma nessuno si sogna di dire certe cose che si sono sentite…

  4. J.M.FANGIO43 scrive:

    Peppe – non ti sarai persa l’accusa di aver spinto troppo per via del miraggio dei dollari della lotteria (è già un po’ che gira).

    • peppe1981 scrive:

      Hai ragione ho sentito (e letto) anche io questa cosa: la trovo completamente fuori luogo.
      Prima cosa l’incidente non c’entra niente con la possibilità di vincere il premio: Wheldon non ha fatto nessuna manovra rischiosa o pericolosa,non ha causato lui l’incidente, semplicemente si è trovato davanti un muro di vetture e fisicamente non poteva fare niente.
      Seconda cosa: trattasi di un professionista,non di uno sprovveduto e quindi era capace,indipendentemente dalla possibilità di vincere il premio o meno, di valutare se era il caso, per esempio, di fare un sorpasso o meno e cosi via.
      Terzo: molte altre volte aveva corso per vincere molti soldi (il premio in denaro ad Indianapolis è perfino maggiore) e ha dimostrato nel tempo di reggere questa eventuale pressione. Più in generale in molte altre categorie esistono premi in denaro legati anche a singole gare e nessuno si è mai scandalizzato o ha sollevato preoccupazioni.
      Quarto: Wheldon non era un pilota per cosi dire all’ultima spiaggia o con l’acqua alla gola,la sua carriera non dipendeva da questa gara: aveva già vinto e guadagnato molto in passato e per il futuro prossimo aveva appena firmato un contratto pluriennale e remunerativo con il team Andretti: non aveva nessun motivo per eccedere il limite.

  5. J.M.FANGIO43 scrive:

    Gli sciacalli purtroppo sono sempre pieni di risorse……..

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