NASCAR – Storia di un cambiamento radicale: Intervista a Davide Amaduzzi

Pubblicato: 5 gennaio 2012 da Giannazzo in nascar
Tag:, , , , , , , ,

La storia di Davide Amaduzzi è quella di un pilota professionista, uno senza la “valigia”, che arrivato a 39 anni, dopo aver corso ovunque si fosse presentata l’occasione di essere competitivo, ha deciso di rimettere in gioco la sua carriera, puntando tutto sulla NASCAR. Nel 2012 Davide debutterà infatti nella Whelen All America Series, un campionato riservata alle Late Models che costituisce il primo gradino della scala NASCAR, su una Chevrolet Impala del Lee Faulk Racing, team specializzato in programmi di sviluppo che lo assisterà nella sua progressiva presa di confidenza con vettura, circuiti e soprattutto ambiente.

Un’entusiasta Amaduzzi ci ha detto che la scelta, come spesso accade, è il frutto di una serie di motivazioni: “Ho preso questa decisione  per diverse ragioni. Una è la passione che ho sempre avuto per il motorsport americano, che sicuramente mi fatto propendere per le gare statunitensi. Poi ho voluto dare il via ad una ‘fase due’ della mia carriera e della mia vita. Mi sono guardato intorno in ambito europeo e, anche tralasciando il lato economico, non ho trovato nulla che mi entusiasmasse. Qualsiasi cosa pensassi di intraprendere non mi stimolava, non riuscivo a provare il gusto di dire ‘che bello, il prossimo anno faccio questo’. L’unica cosa che ha riacceso il mio interesse è stata pensare di inserirmi nel mondo della NASCAR”.

Due passioni, il motorsport e i viaggi, hanno influito su questa decisione, così come su tutta la sua carriera: “Se avessi paura di ciò che è diverso avrei forse trovato una soluzione anche qui. Invece, fortunatamente, due tra le mie più grandi sono le corse e i viaggi, dove per viaggiare però non intendo fare il turista, ma il viaggiatore, che scopre realmente come è fatto il mondo. Tutte le volte che ho potuto unire le due cose l’ho sempre fatto. Anche il fatto di non provenire da una famiglia facoltosa, che in principio è stato un problema, poi si è trasformato in un vantaggio. All’inizio ho dovuto comprare una vecchia macchina, un vecchio carrello ed un camioncino che aveva vent’anni. Indubbiamente ho fatto più fatica di un pilota con un budget, ma mi ha formato in un modo diverso, più globale, anche sul piano tecnico. Ho corso dovunque pensassi di poter essere competitivo: un anno in Francia in Formula Renault, 3 anni in Eurocup di Formula Renault, 2 anni in Canada in Formula 2000, poi in Italia qualche Trofeo. Nel 2004 ho vinto la Formula Gloria in un anno tra i più competitivi della serie, ma a quel punto non ho trovato altre occasioni e sono andato in Australia, perché volevo correre in Formula 3000 e in Europa non c’era la possibilità. Là invece, con un budget ridotto ho fatto la Formula 3000 e sono andato molto bene. Viaggiare non è mai stato un problema”.

fonte immagine: Davide Amaduzzi

Il grande salto in NASCAR avverrà attraverso il Lee Faulk Racing, team di spicco della NWAAS, che offre programmi di sviluppo ad ampio spettro e in cui corre anche Pietro Fittipaldi, nipote di Emerson, il quale a sua volta fa da consulente per la squadra. Al primo contatto con Faulk, Davide è arrivato tramite Max Papis: “Sono entrato in contatto con Lee Faulk tramite Max. Erano anni che non ci vedevamo di persona, lo conoscevo dai tempi del kart, quando lui era nella categoria regina ed io ero un bimbo che cominciava a correre e lo vedevo come uno dei top-driver. Non lo conoscevo nemmeno benissimo, ma l’ho contattato tramite amici, per chiedergli un consiglio su come approcciare la NASCAR, quale categoria affrontare e come avvicinarmi al meglio. E’ stato lui ad indicarmi Faulk. La cosa per cui ringrazierò sempre Max è che lui si è veramente impegnato a darmi una mano, perché io non ho fatto in tempo a contattare il team che mi hanno contattato loro, su indicazione di Papis. Faulk mi ha spiegato la struttura del team e ha sottolineato la presenza di un nome importante nel team, anche a livello societario, come Emerson Fittipaldi, che segue il nipote Pietro, il quale corre con Faulk anche il prossimo anno. Mi è piaciuto soprattutto il suo approccio molto diretto, tipicamente americano. Noi siamo troppo abituati ai fronzoli, al superfluo, a girare intorno alle cose”. 

Anche il supporto a tutto tondo che il team fornisce ai propri piloti ha convinto il pilota bolognese. “Il fatto che loro siano strutturati per dare un aiuto globale al pilota è uno dei motivi per cui non ho avuto dubbi sulla scelta. Il mondo americano è talmente diverso che non si può affrontare con una mentalità europea, sarebbe un enorme errore. Sia a livello di guida, che a livello di gestione personale, sia nel rapporto con gli sponsor del team e del campionato, che con i media. La gestione del pilota è molto diversa e questa loro struttura, che ti segue in tutte le  fasi, mi ha spinto ad affidarmi al Lee Faulk Racing”. 

Il programma per il momento prevede una decina di gare, ma lascia ampio spazio a variazioni perché l’obiettivo non sono risultati immediati, ma una crescita a lungo termine:“Ho un accordo per un certo numero di gare e di test, ma non ci sono grossi vincoli. Se riteniamo che si possa fare qualcosa di più si farà. Se pensiamo di togliere dei test per fare gare in più o viceversa si potrà fare. E’ un accordo molto flessibile, in funzione del miglior risultato, non inteso come posizione in gara, ma come livello globale, perché questo deve essere il primo passo verso una situazione nuova, che vorrei fosse il mio futuro.Voglio imparare tutto quello che serve per poter essere un pilota NASCAR, non dire di aver fatto 10 gare piuttosto che 9, non è quello il mio obiettivo. E’ un mondo tutto nuovo e, anche se voglio fare le cose in modo competitivo, sarebbe presuntuoso e stupido da parte mia andare là pensando di poter arrivare nei primi 10 da subito. Lo vedo molto difficile, però ho la certezza di avere attorno delle persone che capiscono di motorsport e di motorsport americano in particolare, pronte a darmi i consigli che mi servono”.

Un cambiamento radicale quindi, anche se Amaduzzi ha già disputato due gare nella ARCA Truck Series nel 2010, al Lorain Speedway e al Salem Speedway, oltre ad un test sul Midvale Speedway: “Gli ovali che ho avuto modo di percorrere erano tutti corti, due con un banking basso e uno, Salem, con un banking molto elevato, praticamente un muro! E’ la pista che mi ha dato più difficoltà di adattamento perché con tutto quel banking è totalmente diversa da qualsiasi curva abbia mai incontrato nella mia vita. Alla fine dell’ora di libere ero comunque andato benino, ma ero al limite. Ad ogni curva mi vedevo il muro in faccia! Mi  sono fermato 5 minuti prima della fine del turno. Ho detto ‘Ok, basta così’ e loro ‘Guarda che in 5 minuti puoi fare anche altri giri’ ed io ho risposto ‘Grazie, ma se vogliamo fare le qualifiche e la gara è meglio che mi fermi qui per ora’”

fonte immagine: Davide Amaduzzi

Il problema maggiore si è rivelato proprio abituare l’istinto alle velocissime pieghe che il banking consente, rese ancora più insidiose dall’assenza di carico aerodinamico che differenza le vetture NASCAR dalle monoposto: “Correre sugli ovali con le NASCAR richiede molta sensibilità, più ancora che con le monoposto, che hanno molto carico aerodinamico. Con le NASCAR hai molta meno downforce e più peso, pur viaggiando a velocità non molto inferiori rispetto alle vetture a ruote scoperte, per cui spesso e volentieri devi, se non proprio frenare, almeno appoggiare il piede sul freno, per caricare l’asse anteriore e far girare la vettura. Fino ad un certo livello sembra facile arrivare, tanto che quando feci il test sull’ovale di Midvale, alla fine della giornata feci il record della pista per la categoria. Poi però, diventa molto difficile. A forza di girare, su una pista con banking ridotto e quindi curve più simili a un curvone veloce dei nostri, alla fine della giornata sono andato forte. Ci ho messo una giornata a dare il meglio sul giro singolo, ma la differenza tra un pilota medio-buono e un pilota al top sta nel dare il meglio dal primo giro, anche a gomme fredde, e poi per tutta la gara, senza che niente perturbi questa situazione, né il traffico, né una bandiera gialla,né  un incidente, né  la macchina che cambia giro dopo giro, né la spalla della gomma anteriore destra che si consuma. Devi usare lo sterzo nel modo giusto, perché se lo usi per 2 giri con anche solo 3 gradi di angolo in più, consumi la spalla del pneumatico e la macchina non gira più. Sono una quantità di situazioni tali, ad una velocità talmente elevata che realmente serve esperienza per andar forte dalla bandiera verde a quella a scacchi. Il giro veloce lo possono fare tutti. E’ come andare a fare una partita di tennis contro Nadal: un punto magari glielo faccio anch’io che gioco a tennis da principiante. Però si tratta di un punto, lui ne fa 2000. […] A Salem invece la cosa più impressionante è stata che, quando sono entrato in pista, non vedevo la curva, ma un muro. E’ stato difficilissimo convincere il mio cervello che quella era una curva e non un muro contro il quale mi sarei schiantato frontalmente. Anche la velocità di ingresso molto elevata ti induce inconsciamente ad avere timore. Allora non era stato possibile fare dei test su una pista con molto banking, per cui mi sono dovuto arrangiare nelle libere: nei primissimi giri gli avversari non mi staccavano solo gli adesivi dalle fiancate, mi portavano via proprio la carrozzeria! Per fortuna ho usato tutta la sessione di prove e sono riuscito a cavarmela, ma mentre sugli ovali a banking basso sono riuscito ad ottenere prestazioni valide, adattandomi prima, sinceramente su quello alto non non sono mai riuscito ad essere competitivo, per cui ho puntato a concludere la gara. Mentre nella prima gara mi sentivo in grado di restare con i primi, almeno a metà gara, lì non sono mai stato nel gruppo dei migliori, proprio per una questione di performance”.

Il messaggio per i colleghi che sottovalutano le gare NASCAR è quindi chiaro e forte. “Quando sento i miei colleghi di varie categorie parlare male della NASCAR perché ‘girano solo in tondo’, vorrei metterli un po’ tutti a fare qualche giro in tondo. Capirebbero al volo che molte volte è più difficile girare su un ovale che farlo come nel modo a cui siamo abituati noi”.

fonte immagine: Davide Amaduzzi

I particolari interessanti sulle prime esperienze americane non sono finiti e gli aneddoti che Davide racconta aiutano a comprendere meglio le sorprese a cui può andare incontro anche un pilota professionista.

“Quando due anni fa sono stato alla factory per fare il sedile mi hanno chiesto cosa avrei fatto in caso di sovrasterzo. Io ho risposto ‘controsterzo’ e loro mi hanno subito spiegato che guai, non si deve mai controsterzare. A quel punto ho pensato di essere finito su un altro pianeta, ma avevano ragione. Se controsterzi, anche con un angolo molto ridotto, la macchina finisce col puntare dritta contro il muro a causa del banking e degli assetti asimmetrici. Cosa fare allora? Raddrizzi al massimo lo sterzo o addirittura continui a girare verso sinistra, mentre tieni giù il piede sull’acceleratore. La macchina potrebbe sbandare e raddrizzarsi, oppure andare in testacoda verso l’interno, dove non c’è il muro. ‘Ah bene’ ho pensato. ‘Sono 30 anni che controsterzo, come farò a non controsterzare?’. […] Poi, alla mia prima gara, per fortuna c’era lo spotter a controllarmi continuamente e ad aggiornarmi sulla situazione, perché il contatto con gli avversari era così ravvicinato che non riuscivo a guardare lo specchietto. E dire che io sono esperto, non sento più la tensione della gara, ma non avevo il tempo materiale di controllare lo specchietto. E’ stato impegnativo soprattutto a livello mentale, perché fino ad allora avevo fatto test, libere e qualifiche, ma la gara è completamente diversa, non c’entra assolutamente niente con quello a cui siamo abituati. E’ qualcosa che richiede una concentrazione spaventosa”.

Le sorprese date da un ambiente completamente nuovo e le impressioni favorevoli raccolte in passato, danno ad Amaduzzi un grande entusiasmo per questa nuova avventura negli Stati Uniti: “Sono carico! Sinceramente prima cominciavo a perdere la voglia di correre. E dire che nella vita ho fatto davvero di tutto pur di correre, anche guidare macchine tenute insieme con il fil di ferro, anche correre con gomme usate per tre gare; però trovarmi a non aver voglia di di correre mi ha fatto riflettere. Ritrovare la voglia di fare le cose, anche senza la pianificazione totale, è stato bellissimo. Mi sono fatto un bel regalo di natale. A volte arrivi ad un punto in cui tendi a plafonarti, a fare sempre le stesse cose. La NASCAR invece, mi ha rimesso entusiasmo e voglia di scendere in pista per imparare qualche cosa di nuovo. Sono così anche caratterialmente, cerco sempre nuovi stimoli e devo dire che cosa più diversa da quello che ho fatto finora, rispetto alla NASCAR non esiste”.

Gli stimoli, per il 39enne bolognese, che nel 2011 ha disputato il campionato GT Sprint, cominciavano a venire meno: “Abbiamo avuto soprattutto tante difficoltà e abbiamo perso molti punti per delle banalità: a Monza ho perso la gara per una bobina, a Misano la vittoria era certa ma ci ha fregato ancora la bobina, a Spa mi si è rotta una sospensione. Sono quelle cose che non puoi preventivare e però ti fanno perdere tanti punti e anche la pazienza, la fiducia. Poi vanno aggiunte altre cose, come l’incidente in bicicletta del mio compagno di squadra o il mio infortunio al braccio, subito in allenamento a giugno. Alla fine abbiamo deciso di saltare le ultime due gare, semplicemente perché eravamo secondi, il campionato era matematicamente andato e in questa situazione un po’ tesa, andare avanti per la seconda piazza non ci è sembrato allettante. In quel momento ho cominciato a ragionare sul mio futuro”.

fonte immagine: Davide Amaduzzi

Dal confronto tra il motorsport americano e quello europeo emergono delle critiche e delle amarezze, ma soprattutto il dispiacere di vedere dispersa la vera fonte di energia delle corse in automobile: la passione, sacrificata sull’altare delle ambizioni economiche.

“Negli States c’è un rispetto mostruoso per chi lavora e soprattutto per chi paga il biglietto. Dopo aver visto quella realtà, posso solo immaginare cosa sia stato per gli americani il gran premio di Indianapolis del 2005, una delusione infinita. Personalmente ho corso nel 1999 a laguna seca e non c’erano nemmeno i box. Era come un enorme kartodromo. Sono rimasto stranito, perché anche il più piccolo autodromo europeo ha una struttura che al confronto è un albergo a 5 stelle e questo si ripercuote su tutto il contorno. Da noi, anche nel più piccolo dei Trofei, devi avere il bilico e l’hospitality, tutte cose che costano. Penso che troppo spesso correre in macchina sia più un atteggiamento che una passione, qualcosa di cui vantarsi con gli amici piuttosto che un lavoro. In America invece, se vuoi correre, corri. E’ chiaro che è comunque molto costoso, perché il motorsport ha questo difetto, ma quella del pilota viene vista come una professione, non come l’hobby di un milionario. Se da noi eliminassero tutti i piloti che non hanno la passione per le corse, ne rimarrebbero ben pochi. Ai miei tempi ero l’unico sfigato che arrivava in pista con la macchina su un carrello. All’epoca mi deridevano, ma io correvo e mi limitavo tantissimo nelle spese. Oggi se non hai tutta una serie di “accessori” non sei considerato, indipendentemente dalle qualità tecniche del tuo team, anche se alla fine il lato tecnico dovrebbe essere quello che conta, perché la macchina non va più forte se hai l’hospitality faraonica. Sarebbe il momento di riflettere anche sul modo in cui i giovani crescono nelle corse europee. Un ragazzo giovane che corre in GT viene visto come un fallito, ma oggi, anche se forse era altrettanto difficile 20 anni fa, una carriera mirata ad arrivare in Formula 1 è un’utopia, almeno se non si hanno immensi capitali alle spalle. Non si parla di aziende piccole. L’unico programma giovani che funziona è il Red Bull, gli altri sono ‘finti’, perché non hanno i fondi di Red Bull, che si permette di buttare via due piloti come Alguersuari e Buemi dopo averci investito tantissimo, perché comunque ha altri giovani pronti al salto. Queste sono considerazioni che i genitori dovrebbero fare. Bisognerebbe che queste cose le sapessero quelli che corrono e seguono le corse. Vedo personalmente giovani che dal kart o dalle piccole formule, passano direttamente in GT, ed è una scelta azzeccata ,perché con un budget ridotto si possono fare gare a livello internazionale, che possono aprire porte nuove. Se non sei coperto di soldi e non hai alle spalle una struttura importante, oggi correre a ruote scoperte ti mangia vivo. Pantano ad esempio, è stato un talento mostruoso e lo è anche oggi, eppure guarda come è stato trattato. Ci sono tanti giovani bravi, veramente bravi, che ho visto in questi anni di GT, che corrono in maniera seria, magari facendo anche qualche Trofeo, dei giovani capaci, che hanno fatto la scelta di provare a fare i professionisti. Chi non si mette nella testa che il professionismo, si può fare dappertutto, ed io ne sono la prova vivente, accontentandosi di portare a casa uno stipendio dignitoso e vivendo della propria passione, o ha grandi appoggi, oppure si brucia e smette di correre a 23 anni. […] Un altro aspetto assurdo del nostro sistema è legato agli sponsor. Magari come pilota porti uno sponsor, che spende milioni, e poi non ti rilasciano i pass da dargli per la gara, per cui lo sponsor, che ha investito su di te, non può sfruttare il suo investimento e finisce col dirottare i capitali altrove, magari nella motonautica. Complichiamo tutto a tal punto che facciamo sembrare qualsiasi cosa inarrivabile. Finiamo col credere che ciò che è intoccabile, è importante. Ma chi l’ha detto? Non vuol dire niente!”.

Il professionismo, diffuso in tutte le categorie USA, è un punto su cui Amaduzzi ritorna volentieri: “Oltreoceano c’è il professionista in ogni categoria. Da noi c’è qualche professionista anche nel kart, ma sono pochi casi, mentre in America ogni classe, ogni categoria, dalla ARCA al kart, ha un gruppo di piloti che vivono di quello che viene considerato un lavoro al top. Sono dei micro-universi, che magari non conosceremo mai, ma bisogna ricordarsi anche che agli americani, del fatto che Vettel vinca in F1, non gliene frega niente. Siamo fossilizzati nel pensare che il mondo sia quello che conosciamo noi, quando invece è pieno di tante situazioni diverse. Anche la voglia di correre con qualsiasi mezzo e importante. Ad esempio, un pilota come Tony Stewart, che va a fare anche le gare delle midget, che per noi sarebbero le gare della parrocchia, in Europa è impensabile. Il Vettel della situazione, per dire il nome di un campione, non andrebbe mai fare una gara vera di GP2, GP3 o di GT, perché potrebbe prenderle, magari dai 45enni che corrono da 10/15 anni su quelle macchine,  perché sono molto diverse da guidare rispetto alla Formula 1. Non esiste il pilota che sale in macchina,capisce tutto all’istante e vince, è un’utopia. Ci vuole tanta preparazione, ma purtroppo da noi scendere di un gradino è visto come un fallimento, o una cosa inutile nel migliore dei casi. Se invece guardiamo un po’ indietro ci accorgiamo che nell’automobilismo vero, anche quello degli anni ’70/’80, per non parlare delle epoche precedenti, si correva con tutto: c’era gente che faceva il mondiale prototipi e le gare in salita.  Mentre negli Stati Uniti questo sentimento è rimasto, in Europa ci accontentiamo della gara di kart a fine anno per beneficenza. La fanno passare come la gara dei ‘campioni’. Ma quali campioni! Che vadano a correre tra i kartisti veri, che finiranno col prendere tante legnate che non sapranno nemmeno da che parte arrivano”.

Ci sono anche altri aspetti del motorsport americano hanno lasciato un’impressione molto positiva, unita ad una consapevolezza delle tante cose su cui lavorare: “Sono rimasto scioccato dal rapporto che hanno con i media e il pubblico. Durante la mi precedente esperienza oltreoceano ero, come lo sono tuttora, uno sconosciuto, ma quando sono andato a fare la mia seconda gara della ARCA, ho notato un negozietto con tutti i modellini, le magliette e i cappellini. Mi è caduto l’occhio su una maglietta perché era gialla, poi l’ho guardata da vicino e ho scoperto che sopra c’ero io, con il mio numero, la bandiera italiana, il mio autografo. Avevano già fatto le mie magliette. Da noi è una cosa che non si considera nemmeno. Sei un signor nessuno, ma vieni messo nelle condizioni di poter vivere in maniera seria e professionale il tuo lavoro. […] Poi basta vedere quando i top driver, durante le bandiere gialle, vengono ‘disturbati’ dal commentatore televisivo, che gli fa un’intervista di due o tre minuti durante la gara. Rispondono alle domande, con la gara che riparte da lì a due minuti, pur sapendo che dovranno dare il 100%. E’ pazzesca la disponibilità che tutti devono dare, anche i top driver, anche in situazioni assurde. Sarà sicuramente impegnativo, ma è una delle cose che al Lee Faulk Racing insegnano ed io, anche se non sono più il bambino, dovrò imparare come comportarmi fuori e dentro la macchina, come essere ‘felice’ di aver rotto il motore, di qualunque risultato. E’ raro sentire un pilota statunitense lamentarsi, piuttosto ringrazia i fans perché il 15esimo posto è un buon risultato, nonostante le vicissitudini della gara. Da noi, arrivi secondo e sali sul podio come uno zombie. Tutti vogliono vincere, ma è fondamentale controllarsi anche in quello, anche perché sono le sconfitte che formano maggiormente i carattere. Sarà un’esperienza utile anche a livello caratteriale, per progredire come persona”.

La partenza per gli USA è fissata per l’8 febbraio e Davide è pronto ad affrontare la nuova sfida, che inizierà con un test sullo speedway di Hickory, North Carolina. Noi lo seguiremo attentamente, per calarci ancora meglio nell’universo delle corse a stelle e strisce.

Stay Tuned!

commenti
  1. […] stagione 2012 sarà di apprendistato, volta ad accumulare esperienza per il prossimo anno, e la scelta di effettuare la prima gara sul tracciato dove ha svolto i test, per Amaduzzi fa parte […]

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...